Noi due
Annalisa e Marco. Madre e figlio. Non c'è uno staff dietro Fattoria Resta, non ci sono turni da coprire. Ci siamo noi, ogni giorno, dalla prima luce all'ultima — le olive da seguire, l'orto da curare, la casa da tenere aperta, gli ospiti da accogliere, le cose che si rompono e che, prima o poi, vanno rimesse a posto.
Le radici, per noi, non sono un'idea decorativa. Sono la ragione per cui siamo ancora qui. Questa terra è passata di mano in famiglia molto prima di noi, e ogni generazione ha aggiunto qualcosa senza cancellare quello che c'era prima: un muro rifatto, un ulivo piantato, una stanza aperta a chi arrivava da fuori. Continuare questo lavoro non significa ripetere quello che è stato fatto, ma tenerlo vivo — reinterpretarlo, ogni giorno, con ciò che abbiamo oggi.
Non funziona perché uno dei due sa tutto e l'altro segue. Funziona perché si divide la fatica senza doverselo dire: chi si alza prima, chi resta fino a sera, chi vede un problema prima che diventi tale. È un lavoro fatto di sincronia più che di ruoli fissi — due persone che si adattano l'una all'altra ogni giorno, a seconda di cosa serve. C'è comunque un passaggio di consegne che non finisce mai del tutto: lei insegna, lui porta cose nuove, e insieme trovano un equilibrio che non esisteva prima.
Chi arriva a Resta incontra sempre noi due. Non è un dettaglio organizzativo — è il modo in cui questo posto ha scelto di esistere. Una fattoria è fatta di terra, di piante, di muri vecchi. Ma prima ancora, è fatta di chi ha deciso di restarci, e di tenerla in piedi con le proprie mani, un giorno dopo l'altro.